Percorsi per genitori, educatori ed insegnanti

Nel suo libro “Le parole sono finestre (oppure muri)”, Marshall B. Rosenberg scrive: “La CNV (Comunicazione Nonviolenta) è un linguaggio di processo che scoraggia le generalizzazioni statiche”[…].

Ho voglia di dirvi tantissime cose sulla CNV così ho pensato di iniziare col condividere con voi questo passaggio che ci parla di quanto la staticità nel pensiero e nel lessico blocchino la possibilità di incontrarci.
Quando diciamo: «tu sei così…, è giusto questo o quello, devi fare la tal cosa, non ci si comporta in questo modo» ecc. di fatto ci pietrifichiamo in una posizione (statica) e QUI. Non c’è più spazio per un dialogo fluido, curioso, creativo.

Quello che ci propone la CNV è di appropriarci di un linguaggio in cui parliamo di come ci sentiamo noi, in relazione a quello che accade e allo stesso tempo la CNV ci propone di portare la nostra curiosità verso cosa prova l’altro. Usciamo dalla staticità dei luoghi comuni, di definizioni generiche, di convinzioni culturali e sociali, per parlare di cosa proviamo e di ciò che ha valore per noi proprio in quel momento ed interessarci all’altro per quello che è vivo in lui.

Mettiamo in scena una danza, un dialogo ricco di scambi, in cui non sentiamo più la necessità di dimostrare, attaccare o difenderci: spiccano la voglia di farci conoscere e la curiosità di conoscere l’altro.

Ogni volta che appiccichiamo un’etichetta o diamo un giudizio su qualcuno: «Sei pigro e svogliato» o anche «Sei geniale» o facciamo una profezia: «Non combinerai mai nulla, se continui così!» ci fissiamo in una posizione di distanza dall’altro, rigidità, a volte ostilità e risentimento, forse impotenza e rassegnazione. Dall’altra parte potremmo incontrare vergogna, senso di colpa o rabbia e insofferenza. Tutto questo può allontanarci e alienarci, non ci permette di vedere ed ascoltare. Potrebbe creare dei muri molto faticosi da tirar giù o oltrepassare.

Quando ci liberiamo da questi macigni “culturali” e “abituali”, per sperimentare un linguaggio (Rosenberg… sostiene) “naturale”, in cui parliamo delle nostre sensazioni e dei nostri bisogni e ci incuriosiamo a quelli dell’altro, ad esempio: «Mi sento un po’ preoccupata e inquieta nel vedere che non finisci la tua relazione, vorrei sentirmi tranquilla in relazione ai tuoi progetti». Potrebbe sottintendere una serie di bisogni, agio, tranquillità, sicurezza, condivisione, chiarezza, comprensione. Facciamo delle richieste chiare: «Ti andrebbe di dirmi come ti senti a riguardo?». Entriamo in un linguaggio che incoraggia lo scambio, l’apertura e l’incontro alla ricerca di soluzioni condivise.

Quando impostiamo un linguaggio di questo tipo con i nostri figli, quello che si sviluppa è il desiderio di contribuire al benessere reciproco poiché, invece di insegnare com’è “bene” comportarsi, a livello intellettuale o ideologico, accompagniamo i bambini nella scoperta di quanto è piacevole quando le nostre azioni contribuiscono a rendere la vita, nostra e altrui, più bella (meravigliosa). Questo lo facciamo affiancandoli con l’osservazione, notando insieme a loro quali sentimenti ed emozioni provano in relazione al loro agire e porgendogli i nostri con delicatezza.

Invece di dire: «Bravo, sei proprio un bravo bambino, è così che ci si comporta!» portandogli una valutazione dall’esterno, gli potremmo dire: «Ho visto che è spuntato un grande sorriso sulla tua bocca, quando hai sollevato Giacomo da terra e lui ti ha ringraziato ed abbracciato» ci riferiamo a quello che è successo specificatamente e poi lo accompagniamo nell’esplorazione: «Ti sentivi contento di poter aiutare tuo fratello?» e gli potremmo anche parlare di noi: «Io mi sono emozionata, ho provato gioia e leggerezza, mi piace quando vedo che vi sostenete tra di voi». Potremmo anche esprimere la nostra gratitudine e spiegare il perché: «Grazie per questo tuo gesto, mi sento al sicuro e nella collaborazione quando ci penso».

Che ne dite? Si, lo so, può sembrare complicato! Quello che io ho scoperto è che è una specie di “elisir”, quando sto in questa qualità di dialogo, quando ci riesco – liberandomi da zavorre, convinzioni e smania di insegnamento – e sto semplicemente lì, in quello che c’è in me e nell’altro, con tenerezza, stupore e gratitudine, questo nettare è talmente buono (come dice il mio caro amico Eduardo Montoya) che non vedi l’ora di assaggiarne ancora un po’.